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giovedì 21 marzo 2019

Terrazza Derby, per concessione di Mario Berardelli. Le "fratture" istituzionali nel mondo di ieri e di oggi

La verità sul caso Harry Quebert è un romanzo di Joël Dicker, scrittore ginevrino, del 2012. Se non lo avete letto, fatelo. 
Racconta di un giovane scrittore che, dopo il successo del primo romanzo, subisce un "blocco" creativo. Allora chiede aiuto al suo mentore, Harry Quebert, uno degli scrittori più amati d'America che anni prima aveva scritto un libro di una incredibile intensità: Le Origini del Male. Tanto che ci si chiede come mai un titolo così cupo per una storia d'amore così intensa. Lo si scoprirà solo leggendolo. Vogliamo dire che a volte ci si dimentica il percorso che fa una storia per arrivare ad un determinato punto, e anche nell'ippica è stato così.
Mario Berardelli ci ricorda quali sono state le "origini del male" per capire come si è arrivati sin qui e come sia stato duro digerire dei colpi istituzionali inferti ai malcapitati ippici
In un gran bel pezzo pubblicato sul Trotto & Turf, nella rubrica Terrazza Derby, ripercorre le tappe "istituzionali" che ci hanno condotto ad una crisi senza precedenti, un "bignami" vero e proprio che racconta di come un Ente Tecnico sia stato da molti definito per anni una cosa "inutile" e del quale ora si avverte una spaventosa mancanza, fermo restando che attualmente si è al lavoro per cercare di "assestare" quei famosi colpi per risollevare le sorti del settori, ed il Ministro Centinaio con i suoi sodali, o Task Force, sono al lavoro. 
Un duro e lungo lavoro, che necessita tempo e non possiamo non supportare con la forza delle idee, perchè di tutto abbiamo bisogno tranne che di sentirci dei "sopportati" o dei fruitori del "reddito di cittadinanza" ippico. L'ippica può e deve tornare ad essere una risorsa, capace di vivere di energia e sostentamento proprio. Basta solo avere le chiavi giuste...
Buona lettura, lo merita
MBER. È primavera! Che sia anche inizio di gioia per il nostro mondo. Lasciamoci davvero alle spalle un inverno tra i più terribili, non climaticamente. Le vicende traumatiche vissute durante la stagione hanno determinato una “frattura” tra un mondo che abbiamo definito di ieri e quello che sarà di domani.
Nei 150 anni di vita istituzionale del nostro turf di fratture ce ne sono state diverse e , spesso, si sono rivelate positive, hanno dato vita a scenari migliori ma non sempre. Il nostro turf insegue di almeno forse 150 quello francese e di due o tre secoli quello inglese. Questo è un peccato originale che, purtroppo, nessun battesimo potrà mai emendare. Il ritardo si paga, molto in termini di posizioni dominanti internazionali.
C’è, a nostro avviso, anche una spiegazione storica che vale pure per il ritardo tedesco. Francia e Inghilterra sono istituzioni con identità nazionale già durante il medio evo e ovviamente in pieno rinascimento. Italia e Germania guadagnano il titolo di Nazione tra il 1861 (unita italiana anche se parziale) e il 1870 (battaglia di Sedan e proclamazione della Germania come nazione unita, oltre a Roma in Italia). Il turf come molti altri aspetti della vita di un Paese ha bisogno di istituzioni di riferimento (ne avvertiamo eccome la esigenza anche ora, sarà molto importante la bontà del risultato del gruppo di lavoro creato dal Ministro) molto più facili da identificare e far funzionare se si opera in una Nazione costituita e non in una pluralità di piccoli Stati neppure federati. 
Quando dopo il 1870 l’Italia diventa nazione con tutto ciò che di positivo comporta istituzionalmente, diventa anche più facile iniziare a vivere compiutamente la nostra vicenda ippica. Ecco nascere la società degli Steeple, il Jockey Club e il varo del Derby Italiano di galoppo, ovviamente sul modello inglese o se volete anche francese. Ecco la prima frattura positiva, una sorta di big bang per il nostro mondo. Che resta comunque magmatico ,istituzionalmente parlando, ancorchè animato da fermento passionale vivissimo (si stanno formando le coscienze intellettuali di giganti come Scheibler e Tesio e non solo). Manca il coordinamento, il progetto comune come si dice oggi anche abusando, manca la Istituzione ed è vero. Cosi ecco un altro momento di frattura, chiamiamola cosi anche se non ci piace del tutto il termine. 
1932, a metà del ventennio, con scelta che dobbiamo ammettere giusta e intelligente, il legislatore individua la necessità di dotare il settore ippico di un Ente di riferimento che abbia potestà di indirizzo, di coordinamento, di amministrazione e indirizzo economico, con ben saldi i cordoni della borsa nelle sue mani. Nasce l’Unire, Unione Nazionale Incremento Razze Equine. È una invenzione fantastica il cui completamento arriva dieci anni dopo nel 1942 con quella che abbiamo conosciuto meglio come legge Tesio Mangelli che ha fissato benissimo i confini dell’intervento e delle modalità economiche del settore determinando anche i criteri per il reperimento delle risorse (unico neo o mancanza quella del riconoscimento e della regolamentazione dei fondi all’Allevamento cui si pose rimedio negli anni 50).
Gestazione lunga che tuttavia ci ha portati dal 32 almeno al 2000. Il legislatore individuò nel Ministero Agricolo e solo in quello il deus ex machina del nostro mondo, definito pertanto eminentemente agricolo. Poteva definirlo economico, mercantile, commerciale oppure sportivo, valori che ovviamente sono propri del nostro mondo ma volle affermare (spazzando via il mondo magmatico e indefinito confusamente che alimentava la gestione del settore nelle prime tre decadi del secolo malgrado la meritoria presenza degli Enti tecnici) con priorità e preminenza la valenza agricola del nostro turf, anzi dell’ippica tutta. In relazione e controllati dall’Unire furono Jockey Club, Steeple Chases, Encat ed Enci. Una ottima architettura istituzionale che nascendo da un momento di crisi ci ha comunque confortato per 70 anni. 
Proprio nel 1970 abbiamo vissuto una crisi terribile i cui aspetti contingenti (il pazzesco decretone che, per farla breve, stabilendo prelievo aggiuntivo sulle scommesse le rendeva completamente fuori mercato favorendo la nascita o meglio la esplosione del gioco clandestino in nero e quindi azzerava le nostre risorse) si assommavano ad una situazione critica intellettuale del comparto che aveva bisogno di una ripartenza su basi nuove. Ancora una volta doveva lasciarsi alle spalle il mondo di ieri e fissare i caratteri di quello di domani. Rientrarono gli effetti del decretone, ope legis fu chiarito ruolo, prelievo e proventi per il nostro mondo che , attenzione, aveva cassa propria, questa fu la grande forza già dal 32. Da quella frattura nacque uno straordinario impulso alla crescita del movimento di scommesse (rete di raccolta costantemente accresciuta, non dimentichiamo che agivamo quasi in regime di monopolio), maggiori risorse che segnarono la crescita culturale di trotto e galoppo per 30 anni almeno. 
È impossibile in poche righe scrivere la storia dell’ippica ovviamente, un ripasso fa ogni tanto comunque bene. Ricordiamo che nella prima parte degli anni 90 si passò dal sistema a riferimento a quello a riversamento delle scommesse (altro momento diciamo di frattura) e il maggior effetto , forse sottovalutato, fu che gli assuntori esterni di scommesse passavano dal ruolo di imprenditori con rischio in proprio (speriamo sia noto a tutti) a quello di raccoglitori o collettori delle stesse scommesse remunerati percentualmente sul fatturato. Con la conseguenza che i loro orizzonti cominciarono per forza ad individuare (nelle loro espressioni societariamente più corpose) altre forme di interesse imprenditoriale. La inevitabile legalizzazione di ogni forma di cosi detto gioco anche quello che ha poi portato alla ludopatia (che non ci appartiene assolutamente) ci colse forse meno “difesi” quando si palesò un’altra frattura, questa si negativa, che segnò l’inizio della nostra discesa agli inferi. Tutti sappiamo che da valori, circa , di oltre 3 miliardi di euro di movimento annuo siamo finiti adesso sotto i 500 milioni (valori di fine anni 70 grosso modo) e abbiamo dovuto far ricorso ad una sorta di reddito di cittadinanza ippica grazie alla legge apposita della seconda metà della prima decade del nuovo secolo e che ci tiene in vita. Aggiungete che Unire è diventato Assi e poi, dopo soppressione, è stato incorporato dal Ministero Agricolo perdendo anche la gestione della“cassa”. 
Colpi istituzionali duri da digerire e la cui conseguente situazione economica ha portato, per molti aspetti, anche alle crisi di diversi ippodromi, quasi tutti, culminata, ad esempio, nella situazione attuale di Capannelle che, dopo rischio chiusura definitiva non del tutto scongiurato, ora può, speriamo, dimostrarci che la “frattura” può fare iniziare un mondo di domani migliore ma non sarà facile. 
Un ripassino andava fatto per ragionare sul domani con una certa cognizione di causa anche se chiaramente le omissioni sono più delle spiegazioni. Facciamo ammenda. Sulla situazione di Capannelle, per carità non è una minaccia ma una ipotesi di studio, torneremo, a bocce più ferme, la prossima settimana cercando di inserirla nel contesto generale che abbiamo molto sinteticamente illustrato.

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