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giovedì, marzo 26, 2020

Dalla Gazzetta dello Sport: La scommessa sportiva è sfida non azzardo

La prima pagina della Gazzetta dello Sport del 26 Marzo.
Ma come, ora la scommessa non viene più considerata d'azzardo? Lo spunto ci arriva dall'edizione odierna della Gazzetta dello Sport, in un articolo a firma di Franco Arturi, che analizza e spiega la differenza tra scommessa e gioco d'azzardo argomentando una questione che ha tenuto tanto banco nel periodo in cui è stato promosso il famoso Decreto Dignità che proibiva la pubblicità, da parte degli assuntori di gioco, sulle scommesse al grande pubblico.
Ora, la questione era passata in secondo piano con la rassegnazione da parte di tutte le società coinvolte, ma tornata prepotentemente d'attualità in quanto la Serie A, che rischia di saltare perdendo tantissimi proventi, potrebbe provare a riprendere i soldi perduti attraverso appunto le sponsorizzazioni che invece erano state proibite.
Il calcio che move il sole e l'altre stelle, diremmo. Noi ippici siamo vaccinati abbondantemente sulla questione e sappiamo perfettamente qual è il limite tra gioco d'azzardo, scommessa ragionata ed intelligente, e ludopatia. 
Il calcio italiano sta studiando ora, proprio ora, la strada migliore per garantirsi una ripartenza valida e veloce non appena si potrà ritenere conclusa la crisi dovuta al coronavirus. Naturalmente le società dovranno affrontare grossi problemi di natura economica e allora verrà probabilmente chiesto al governo di cancellare la norma che, in base al Decreto Dignità, impedisce pubblicità e sponsorizzazioni delle aziende che operano nelle scommesse. Un passo probabilmente decisivo per ripartire. Gli introiti nel 2018 erano stati di 9,1 miliardi, la somma di scommesse sul calcio in Italia che davano all'erario 211 milioni. Senza quello, nel 2019, sono mancati accordi di sponsorizzazione e si parla di -200 milioni. 
Per fortuna ci ha pensato Franco Arturi che ha messo un pò di puntini sulle i. Lo trovate, se avete comprato il quotidiano, a pagina 8 e 9. Buona lettura! 

Il primo errore, come spesso avviene, deriva dall’ignoranza: confondere la scommessa col gioco d’azzardo. Sono simili come la cultura del vino e l’etilismo, il cibo sano e i disturbi alimentari. La scommessa, in particolare sportiva, prevede studio, competenza, partecipazione, autocontrollo, gioia. È la cosa più lontana dal vizio che possiamo immaginare. E fa parte del mondo dalla notte dei tempi. Il gioco d’azzardo è quasi il suo contrario: una febbre fine a se stessa che spesso divampa negli incendi incontenibili della dipendenza, che sia praticato ai tavoli della roulette o nel rito cupo e compulsivo delle slot machine (queste ultime sì da eliminare sul territorio: parere personale, ma ad alto costo di imposte statali non più incassate). 
La pagina della Gazzetta dello Sport che tratta la materia
Soprattutto per questo, aver proibito la pubblicità dei gestori di scommesse non è stata una buona idea: fa parte in pieno della demagogia. La ludopatia esiste certo, ma non si combatte in questo modo. Qualcuno ha pensato di proibire la pubblicità di vini e liquori anche se il problema dell’etilismo è crescente, in particolare nelle fasce giovanili? Ovviamente no, ed è giusto così, anche senza pensare alle decine di miliardi del suo valore in termini di lavoro e Pil.Iparaventi contro la pornografia sono trasparenti se non risibili, eppure la dipendenza dal sesso esiste. Gli esempi sono tanti, perché tante sono le dipendenze patologiche, che vanno chiamate col loro nome: disturbi della personalità. Rovinarsi col gioco? Lo si poteva fare anche con l’ottocentesco Lotto. E accadeva. Come spesso succede, è stato facile colpire alla cieca il mondo dello sport (per i mancati introiti di quelle sponsorizzazioni) con una misura del tutto inutile: chi è condotto a rovinarsi dalla sua malattia, continua a farlo online, su mille canali ancora apertissimi. Se davvero s’intende confrontarsi con questa materia, occorre entrarci con piedi e mani. E capire. Non è una scommessa puntare su chi e ache minuto otterrà il primo corner, ma azzardo. E va tolta di mezzo questa possibilità. 
Ma se punto 10 euro sul risultato di Juve-Inter non commetto crimini né qualcuno può guardarmi con sospetto. Passare una domenica all’aperto, nel verde di un ippodromo, studiare il campo dei partenti e fare una puntata del tutto compatibile con le proprie possibilità, è un modo di star bene, non il suo contrario. La scommessa sportiva è una sfida di tipo intellettuale lanciata a se stessi e agli altri, e basata sulla competenza specifica. Un gioco stimolante. 
Non c’è nulla in questa attività che possa ricordare, nemmeno alla lontana, le atmosfere malate del “Giocatore” di Dostoevskij. Del resto, l’ipocrisia resta sovrana in una materia in cui lo Stato da una parte prende una decisione eclatante, quella di proibire la pubblicità dei bookmaker, dall’altro resta biscazziere e incassa tutt’ora lucrose percentuali dal gettito di ogni tipo di gioco e lotteria, comprese le slot machine, di cui l’Italia detiene il record europeo di diffusione: una ogni 143 abitanti, con oltre 100 miliardi (sì, la cifra è esatta) di gioco all’anno. Vogliamo cominciare da lì a fare un po’ d’ordine? Non è mai troppo tardi per guardarsi allo specchio. 
Faccio un’affermazione che per alcuni potrebbe sembrare provocatoria: avrebbe un senso profondo semmai incentivare il gusto della scommessa sportiva, che potrebbe avere una rilevanza sociale proprio nello stoppare sul nascere l’insorgere di devianze sull’azzardo. Avrebbe certamente senso educare la gente con campagne adeguate su come scommettere e su quando deve suonare un allarme personale, così come è stato fatto per frenare le stragi del sabato sera e impedire la guida in stato di ebrezza, senza demonizzare un buon bicchiere di vino a pasto o un aperitivo con gli amici. Tutto si può fare con senso della misura e con rispetto: è difficile, ma non impossibile. Una scommessa, appunto. FRANCO ARTURI.

Facciamo seguito a questo articolo con un altro, pubblicato di fianco sullo stesso argomento, sempre dalla Gazzetta a cura di Valerio Piccioni e che vi riproponiamo: 
La prima pagina della Gazzetta del 26 Marzo
Cancellare il divieto di pubblicità e di sponsorizzazioni delle aziende che operano nel comparto delle scommesse. Sarà una delle proposte che il calcio formulerà al governo nelle prossime settimane. È probabile che la richiesta, che si riferisce a una norma inserita nel Decreto Dignità ed entrata in vigore in forma definitiva lo scorso luglio, possa essere inserita nella seconda fase del dialogo con il ministro dello sport Vincenzo Spadafora. Domani, il presidente della FIGC dovrebbe presentare le prime richieste per l’emergenza, in una fase successiva quelle per la ripartenza del sistema. E in questa seconda fase ci sarebbe il tentativo di rimuovere la norma. 
Le perdite: Norma che tende a contrastare il fenomeno della ludopatia e della dipendenza dal gioco. Una battaglia socialmente importante. Ma sulle cui modalità anche l’Agcom aveva manifestato molto scetticismo in una «segnalazione» al governo. Meglio rafforzare i vincoli da rispettare che optare per un divieto totale, puntare su alcune prescrizioni rigide senza però cassare tutte le possibilità di ricavo legali. Anche perché fra i problemi generati dal decreto c’è pure il rischio di un dirottamento di risorse sul gioco in nero e la penalizzazione degli operatori che agiscono correttamente sul mercato. 
Il documento, inviato proprio nel luglio del 2019, stimava le perdite dei settori in cui la norma avrebbe provocato più danni economici: il calcio italiano, dal grande club alla piccola società, dalla sponsorizzazione della maglia di gioco alla cartellonistica intorno al campo di gioco, per circa 100 milioni, anche se qualche club (come la Juventus) ha stretto accordi per la pubblicità del proprio brand all’estero; il fronte audiovisivo per altri 60; l’editoria dei quotidiani e dei periodici fino 40,8 milioni. Con evidenti ricaschi anche in termini occupazionali. Che rischiano di essere amplificati dall’epoca tragica che stiamo vivendo nei giorni del coronavirus. Nella stessa analisi dell’Agcom si parlava anche del fatto che solo una minima parte, meno di uno scommettitore su cinque, arriva al gioco attraverso la pubblicità. 
Dodici miliardi l’anno: Il pronunciamento dell’Agcom metteva in evidenza la contraddizione fra «gioco legale», che assicura allo Stato introiti importanti, e «divieto di pubblicità». Il contesto è ora cambiato perché ai danni per i ricavi mancati si aggiunge anche la sospensione totale dell’attività di un settore, azzerata visto lo stop di tutti gli eventi. Nel 2018, tanto per dare un’idea, sono stati spesi 12,1 miliardi di euro per le scommesse sportive: 9,1 per il calcio, con un gettito per l’erario di 211 milioni di euro. 
Mutuo soccorso: È chiaro che si tratta di cifre che non saranno neanche minimamente avvicinate nel 2020. Probabilmente nel tentativo di ricreare un mercato ci sarebbe la possibilità di investimenti pubblicitari ora proibiti. Da qui la proposta della Lega di Serie A. Una sorta di mutuo soccorso fra due comparti, fra i tanti per la verità in questo contesto drammatico, che rischiano di non riuscire a rimettersi in carreggiata. Il problema è quello di trovare uno spazio fra l’esigenza di combattere il gioco compulsivo e quella di poterlo fare con strumenti diversi. 
Tenuta: Il tema delle scommesse è stato oggetto anche di alcuni interventi normativi, dallo scorso primo giugno c’è la proibizione delle scommesse per i campionati giovanili di tutte le discipline. Ma questo genere di interventi nonèin contrasto, questo il ragionamento delle società, con la necessità di cancellare un divieto che danneggia anche la «competitività», pure questo argomento citato dall’Agcom, dei club italiani in Europa. E che pesa su tutta la tenuta del sistema calcio.
La sorpresa: E se il futuro fosse il nuovo Totocalcio? Idea Lega-Figc. Trovata nostalgica o possibilità di inventare un format vincente per il futuro? Ancora una volta si parla di Totocalcio. Pasolini: Una parola che ricorda il passato miliardario (c’erano ancora le lire al tempo) di un gioco che teneva in piedi l’intero sistema sportivo italiano e che entrò nel costume della vita degli italiani. La schedina finì nei film e nei romanzi. Pierpaolo Pasolini fu fra i primi vincitori e lo raccontò così alla mamma: «Pensa che l’altra domenica ho fatto un 12 al Totocalcio... e ho vinto solo 4000 lire. Le nostre fortune». Ma il Totocalcio potrebbe essere anche un futuro in cui servirebbe una nuova fonte di finanziamento per un calcio che rischia di ripartire con le ossa rotte travolto dalla tragedia del coronavirus. 
Il progetto, meglio dire l’idea, fa parte del promemoria che probabilmente nella seconda fase, quella della ripartenza, il calcio italiano porterà all’attenzione del governo. Passato e futuro sì, presente no, visto che oggi il Totocalcio con i suoi 17 milioni raccolti nell’ultima stagione, è una sigla ormai fuori dall’immaginario popolare, schiantato negli ultimi anni dalla liberalizzazione delle scommesse. Finito? Non ancora: Nello scorso dicembre, inserito nella legge di stabilità che aveva cambiato il sistema sportivo italiano con la nascita di Sport e salute, il Totocalcio sembrava vicino alla fine. Visto il testo della Finanziaria si era addirittura celebrato il suo funerale. Ma l’allora sottosegretario con la delega allo sport Giancarlo Giorgetti aveva stoppato questa interpretazione: non vogliamo cancellare il Totocalcio, al contrario, rilanciarlo. E così l’Agenzia dei Monopoli e delle Dogane si era messa al lavoro per definire un piano di rilancio e un nuovo format. Si era studiato una specie di gioco a due anime, con una schedina fatta di pronostici classici ma anche di meccanismi collegati alla dinamica della scommessa sportiva. Ora, però, l’idea sarebbe diver sa. Sarebbe il calcio, inteso come Federazione o Lega, il titolare del gioco. “Affittando” il brand Totocalcio o inventandone uno nuovo. E utilizzando, a pagamento, la rete dei concessionari attuali. Un progetto tutto da scrivere. Anche perché è da verificare il potenziale appeal di un nuovo gioco e la sua capacità di produrre proventi in un sistema dove ormai i montepremi possono contare su percentuali molto alti. Che margini ci sono? In ogni caso, precisano negli ambienti calcistici, il vecchio-nuovo gioco ha l’aspirazione di produrre risorse aggiuntive e non di rosicchiare una fetta più o meno grande della torta delle scommesse. Insomma, il Totocalcio prova per l’ennesima volta a ripartire. Sarà la volta buona?
VALERIO PICCIONI

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